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PER UN SÌ RESPONSABILE AL REFERENDUM COSTITUZIONALE

PER UN SÌ RESPONSABILE AL REFERENDUM COSTITUZIONALE

(questo testo è stato elaborato da Vincenzo Lippolis e Pietro Ciarlo)

Il referendum costituzionale impone una risposta netta. Un sì o un no. Di qua o di là. Non sono possibili sfumature. E’ per questo che la valutazione della riforma deve essere fatta in relazione alle sue scelte di fondo. Bisogna chiedersi se la sua approvazione fa compiere passi avanti sulla strada della modernità e della razionalizzazione al nostro sistema istituzionale.

Gli obiettivi principali della riforma sono due: il superamento del bicameralismo paritario e il riequilibrio del rapporto Stato – regioni ed enti locali. Entrambi sono pienamente condivisibili e  costituiscono un intervento necessario per non ricadere in situazioni di stallo politico-istituzionale e di permanente contenzioso tra centro e periferia.

Per il primo aspetto, è utile ricordare che il bicameralismo, nell’esperienza costituzionale contemporanea, trova giustificazione nella seconda camera rappresentativa degli enti territoriali che compongono lo Stato. Nei regimi parlamentari, si struttura ovunque con la differenziazione delle competenze e la prevalenza della Camera di diretta espressione del corpo elettorale. In particolare, è solo quest’ultima ad essere titolare del rapporto di fiducia con il governo e di gran parte del potere legislativo. In sostanza, tutti i sistemi di governo parlamentare o sono monocamerali o si caratterizzano per un parlamentarismo asimmetrico. Questo è quanto propone la riforma in esame, istituendo un Senato nel quale potranno trovare espressione le istanze delle regioni e degli enti locali. Un Senato, peraltro, non privo di competenze importanti come la partecipazione piena al potere di revisione costituzionale, il rapporto con l’Unione Europea, la valutazione delle politiche pubbliche, l’elezione di due giudici costituzionali. E’ opportuno entrare nell’ordine di idee che la riforma non riguarda solo il Senato, ma è una riforma dell’intero Parlamento e delle sue funzioni.

Si permane dunque nell’ambito di un regime parlamentare, anche perché non vengono toccati i poteri del Presidente della Repubblica in materia di formazione del Governo e di scioglimento anticipato della camera politica. Presidente della Repubblica peraltro eletto con un quorum elevato, fuori della disponibilità della sola maggioranza di governo.

Per il rapporto tra Stato ed enti territoriali, si colma una lacuna introducendo la cosiddetta clausola di supremazia, vale a dire la possibilità per lo Stato di intervenire nelle materie di competenza legislativa regionale quando lo richiede l’interesse nazionale.

E’ un meccanismo di salvaguardia dell’unità dell’ordinamento proprio dei sistemi federali e regionali. Si riportano poi alla competenza legislativa esclusiva dello Stato materie che improvvidamente erano state collocate nella competenza concorrente Stato-regioni, come le grandi reti di trasporto e l’energia. La competenza concorrente è abolita con un indubbio effetto di semplificazione. Vengono poi enumerate  materie nelle quale più evidente è la vocazione regionale a legiferare. In definitiva, si traducono in norme orientamenti già espressi dalla Corte costituzionale. Sterilizzare completamente il contenzioso Stato-regioni è impossibile, ma sicuramente il Titolo V è stato molto migliorato. La canalizzazione di esigenze degli enti territoriali tramite il Senato può disinnescare preventivamente parte dei conflitti.

Viene anche rafforzato il sistema complessivo delle garanzie  attraverso la possibilità di ricorso preventivo di legittimità sulle leggi elettorali, l’obbligo di votazione conclusiva per le proposte di legge di iniziativa popolare, la previsione dei referendum propositivi e di indirizzo, l’obbligo per il regolamento della Camera di disciplinare lo statuto delle opposizioni, la previsione di limiti più stringenti alla decretazione d’urgenza.

La riforma, peraltro, corrisponde nei suoi indirizzi di fondo alle conclusioni espresse a larga maggioranza dalla Commissione per le riforme istituita dal governo Letta.

I concreti effetti della revisione costituzionale dipenderanno tuttavia anche dalle pagine che essa lascia ancora da riempire da parte del legislatore ordinario e delle Camere nell’esercizio del loro potere regolamentare. In primo luogo, v’è il complesso tema della legge elettorale del Senato che comunque dovrà valorizzare la volontà espressa dagli elettori. Un’importanza decisiva avranno i regolamenti parlamentari (il Senato se ne dovrà dare uno del tutto nuovo). Essi dovranno disciplinare le diverse tipologie di procedimento legislativo, l’ipotesi di accordo tra i presidenti d’assemblea nella scelta di quello da seguire a seconda del tipo di progetto di legge, il procedimento di votazione delle leggi a data fissa, le garanzie per le opposizioni.

Non si può negare che la riforma sia ambiziosa. Il suo rendimento dipenderà anche da come le forze politiche sapranno interpretarne e svilupparne gli aspetti migliori.

La funzione del referendum costituzionale non è quella di giudicare un leader politico, ma di valutare la qualità dell’innovazione proposta.

Un no al referendum azzererebbe per lungo tempo ogni tentativo di riforma e, come ha detto il presidente Napolitano, farebbe apparire l’Italia come una democrazia incapace di riformare il proprio ordinamento mettendosi al passo con i tempi. Si deve decidere se stare con l’innovazione o con la conservazione dello status quo.

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