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Manifesto per il Sì. 40 appunti per la battaglia referendaria

adornato366x350Ferdinando Adornato
Coordinatore del Comitato
Moderati e Centristi Insieme per il Sì

Manifesto per il Sì
40 appunti per la battaglia referendaria
Ci aspetta una grande sfida: formare in tutte le città Comitati di moderati per il Sì. E dalla Sicilia alla Lombardia migliaia di circoli per il sì. Per rendere chiaro che il Pd non detiene il monopolio della modernizzazione riformista dell’Italia.

Il referendum non è un plebiscito su Matteo Renzi.
In primo luogo perché si decide il destino di una nazione, non solo di un governo o di un leader. Ma anche per un motivo storico più di fondo: sono milioni gli italiani moderati che, da più di due decenni, si battono per le riforme (mentre e la sinistra remava contro). è impossibile che sia Renzi a rappresentarli…

Do you remember Berlusconi?
Ricordate la sinistra “guerra civile” contro la “deriva autoritaria”? A quel tempo moderati significava riformatori. 1994-2016: ventidue anni di battaglie dei moderati per riformare la Costituzione dovrebbero forse sparire dalla storia?

Perciò fa tristezza assistere oggi allo spettacolo di Silvio Berlusconi
che grida no assieme a Vendola, Fassina, Zagrebelski, Grillo… Come se Dubcek marciasse assieme a Breznev…

C’era una volta il patto del Nazareno.
Tanto che, all’inizio, votando il medesimo attuale testo della riforma, il capogruppo di Forza Italia al Senato diceva:” stiamo portando l’Italia fuori dalle paludi ottocentesche”. Ora, invece, in quelle paludi ci nuotano…

Ecco, allora, il nostro compito:
mettere insieme quelli che non ci stanno, quelli che si ribellano al “grande tradimento” di Forza Italia. I moderati non smemorati, i riformatori coerenti, quelli che non hanno dimenticato “il sogno di cambiare l’Italia”.

Ma anche quelli che hanno presente
la nostra più recente storia politica. Do you remember Napolitano? Quando fu rieletto, standing ovation mentre pretendeva le riforme. Evidentemente, per molti, erano solo applausi da marinaio…

Renzi ha cambiato la musica della sua comunità politica.
La sinistra-sinistra, invece, continua a intonare le solite marcette conservatrici. Berlusconi, infine, ha perso il suo spartito. Tocca allora a noi suonare a nome dei moderati riformatori, altrimenti resteranno senza rappresentanza.

Ê dunque in gioco l’identità dell’innovazione.
Domandiamoci: dopo Renzi esisterà ancora la rappresentanza politica di un’area moderata capace di governare? Un interrogativo inquietante e storicamente decisivo che dimostra come il Sì al referendum proietti le sue conseguenze ben oltre il referendum.

Berlusconi e Salvini sono il passato.
Ormai omologati alla sinistra dei veti e dei tabù. Il Si per i moderati è l’unica scelta di futuro.

Si può dire anche più in generale: da decenni l’Italia è in lotta con il passato, contro fantasmi vogliosi di risucchiare il sistema politico nel buco nero della paralisi. Il ritardo deve essere per forza il nostro destino?

Perciò il Si è anche un ghostbuster, un’acchiappafantasmi.
Dopo oltre trent’anni di accidioso immobilismo, il passato può finalmente passare e le grandi riforme istituzionali cominciare, questa volta con il consenso degli italiani.

Se invece vincesse il No il ritardo, da cronico, finirebbe per somigliare a un suicidio.
Una prova definitiva, evidente davanti agli occhi di tutta Europa, della nostra impotenza istituzionale. Italia addio…

Chi può trarne vantaggio?
Solo i grillini che scommettono esattamente sull’impotenza della politica. Perciò chi a parole combatte Grillo (Forza Italia) ma si oppone alle riforme, in realtà lavora per spalancare le porte del potere alla demagogia. Assumendosi una grave responsabilità.

Se non ora, quando?
è arrivato il momento di spezzare il circolo vizioso della nostro cronico deficit di riformismo. 1983-2016: 33 anni fa si insediò la prima commissione (Bozzi) per le riforme. Da allora nessuno è riuscito a varcare il traguardo. Un terzo di secolo…

Vennero poi De Mita, Cossiga, Speroni, Maccanico, D’Alema: una teoria di fallimenti…
Poi il centrodestra (quando, appunto, moderati coincideva con riformatori) approvò una Grande Riforma, ma perse il referendum confermativo. Così, alla fine, l’unica riforma entrata in vigore è stata quella della sinistra sul titolo V (che ha determinato un caos di contenziosi tra Stato e Regioni). Insomma, se ci guardiamo indietro vediamo solo croci di un gigantesco cimitero riformista.

Trentatré anni di inconcludenza: un’enormità.
dodici anni in più del fascismo, tredici in più del regime napoleonico. Un vero paradosso storico. è ora di chiudere questa nostra, assurda “guerra dei trent’anni”.

Sia chiaro: il referendum è solo l’inizio.
Via il bicameralismo, era ora. Ma la forma di governo può restare la stessa? Per noi il presidenzialismo (o il semi) non è mai stato un tabù. Si tratta di una battaglia da ricominciare.

Identico discorso per l’attuale modello regionale.
Le nostre Regioni non sono troppe? E, soprattutto, non sono un’inutile moltiplicazione del centralismo statale? Un “vecchio” studio della Fondazione Agnelli poneva con forza alle classi dirigenti queste domande e, negli ultimi anni, il tema si è riproposto con urgenza. Chi avrà il coraggio di questa riforma? Neanche il premier “rottamatore” finora si è azzardato…

Dobbiamo ricordare a tutti noi
e al Paese che la fine della Prima Repubblica pretendeva un globale ripensamento del nostro assetto istituzionale. Ma, finora, dopo più di 20 anni, la montagna ha partorito il classico topolino. Il pensiero politico è diventato anoressico e la lotta per il potere si è invece fatta invece bulimica. Perciò la nostra democrazia è entrata in stato confusionale e ancora non ne è uscita.

Al contrario di ciò che si vaticinava,
la fine dei partiti non ha fermato la corruzione. Anzi negli anni recenti, dominati dall’improvvisazione politica, è aumentata, facendo crollare il mito della “purezza” della cosiddetta società civile nei confronti della presunta “sporcizia” della politica. Non era e non è così, e il discorso sui “costumi degli italiani” è tornato a farsi giustamente più complesso di quanto l’antipolitica continui a pensare.

Le diagnosi sulle ragioni del caos sistemico italiano non sono mai mancate.
E molte si sono rivelate giuste. Ma i medici in grado di curare il nostro “corpo politico” italiano scarseggiano. E’ questo il principale motivo per cui Renzi impera. Salvo il baratro a 5stelle, per ora non ci sono alternative…

Forse servirebbe davvero un’Assemblea costituente,
da più parti reclamata fin dagli anni Novanta. Una revisione generale, un vero nuovo inizio. In fondo, nonostante oggi si parli di Terza Repubblica, la verità è che neanche la Seconda è mai davvero cominciata.

Crisi economica, crisi istituzionale, crisi europea:
navighiamo in un pericoloso incrocio storico. La nostra democrazia respirava e respira a fatica. Solo la collaborazione tra la determinazione di Renzi e il senso di responsabilità di Area Popolare sta permettendo al Paese di incamerare nuovo ossigeno.

Il cartello delle opposizioni,
invece, da Forza Italia ai 5stelle, non solo lavora perché l’Italia non riesca ad uscire definitivamente dalla recessione economica, ma soprattutto perché permangano inalterate le condizioni della attuale recessione politica. Perciò si oppongono alle riforme. Un disegno irresponsabile…

Anche per questo il referendum non è un personale “risiko” di Renzi.
Ê comprensibile: personalizzare serve ad accendere i riflettori e a mobilitare le truppe. Eppure, bisogna saperlo, riduce l’orizzonte della posta in gioco e non racconta tutta la verità.

E la verità è che il referendum sarà uno spartiacque,
non solo per la storia di Renzi, ma per tutto il Paese. Gli anni che vanno da qui al 2020 decideranno cosa diventerà l’Italia. Le scelta fatte oggi disegneranno il sistema di domani. Per tutti.

Ieri la personalizzazione di Berlusconi. Oggi quella di Renzi.
Tra i due si è rivelato meglio il secondo:almeno fa le riforme. Ma i problemi urgenti sono altri: riuscire finalmente a costruire una “democrazia governante” e a rifondare partiti veri. A questo devono servire riforma costituzionale e Italicum. La nostra democrazia non può continuare a vivere nell’attualòe lentezza e inefficienza e popolata solo di effimeri “contenitori elettorali”.

Personalizzazione di Renzi.
Ma il Pd rimane per ora (fino a quando?) l’unico simil-partito. Con il grave problema, però, di non riuscire ad avere un solo volto al centro e in periferia. Non a caso Renzi non appare come il riconosciuto segretario di diversi e plurali Pd territoriali.

Guardiamo anche ai 5stelle:
il giorno che il movimento di Grillo diventasse un partito perderebbe metà dei consensi. Eppure, se non sarà mai in grado di diventare un partito la sua parabola non potrà che essere effimera e sempre distante dal governo.

In ogni caso, in questo panorama,
il vero assente della storia di oggi è il grande partito moderato. Un partito liberale e popolare di massa. Berlusconi poteva costruirlo. Poi ha purtroppo scelto di perdersi in un girone dantesco.

No, non in quello dei lussuriosi. Piuttosto, in quello degli ignavi.
Il Cavaliere, come Celestino V, ha fatto “per viltade il gran rifiuto”. Il rifiuto di costruire un vero partito, non un contenitore elettorale padronale.

Era inevitabile:
come al tempo delle disgregazioni feudali l’implosione dell’impero berlusconiano ha finito per centrifugare granducati, comunità, singoli boiardi. Così oggi l’area moderata, balcanizzata, assiste incredula al trauma della sua irrilevanza. Lacerata tra due parole-chiave: responsabilità e populismo.

Chi ha seguito la stella della responsabilità,
rimanendo coerente a sostenere il governo Letta, e permettendo poi l’avvento di Renzi, ha pensato all’Italia, non a se stesso. Mestiere però da sempre ingrato: tant’è che oggi pochi riconoscono ai suoi protagonisti questa virtù strategica.

Il rischio ora è
che nei diversi granducati, figli della Grande Disgregazione Berlusconiana, prevalga chi coltiva unicamente la propria piccola bandiera e non il sogno della ricomposizione. Eppure proprio questa diventa oggi la parola chiave.

Già, ricomporre: ma come si fa?
Unire tra loro piccole sigle? No, il metodo Frankenstein non funziona, due zoppi non fanno un velocista. Le vere ricomposizioni non
si fanno a tavolino. Meglio abbandonare le vecchie sigle e unirsi di nuovo tutti nel fuoco di una grande battaglia politica.

Ecco allora la grande occasione.
Il referendum offre ai moderati la straordinaria opportunità di ritornare a lavorare insieme. Ritrovare
linguaggi e orizzonti comuni. Memoria e progetto. Il referendum può essere il laboratorio di una nuova storia politica.

Mettiamo che i moderati si uniscano nei comitati per il si.
 Mettiamo che, alla fine della battaglia (auspicabilmente vinta) i comitati, al di là di tutte le sigle, diventino il nucleo fondatore di un nuovo soggetto… Mettiamo che questo soggetto si chiami Unione della Repubblica (o come si voglia) e si candidi ad essere il nuovo partito liberale e popolare.

Mettiamo che in Italia,
e in specie nell’area moderata, non sia ancora obbligatorio cedere alla rassegnazione. Mettiamo allora di unire nei comitati chi ci sta ancora a sognare e chi non ci sta più a farsi risucchiare dai fantasmi del passato.

Decidiamo, insomma,
di non lasciare a Matteo Renzi l’esclusiva dell’innovazione. Se facessimo questo errore, anche la nostra storia resterebbe senza futuro. Combattere per il Sì al referendum guardando oltre il referendum: ecco il nostro compito. La storia politica dei moderati italiani ci chiede di consegnarle un nuovo futuro.